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LA CULTURA DI MORTE

Esiste una tabella interessantissima (che riporto a pag. 16 e 17). Riguarda una proposta del 1969 di un certo Mister Jaffe, che era il vicepresidente di una organizzazione potentissima che è la Planning Parenthood-Federation, per il controllo della popolazione. In questa tabella ci sono delle cose che ora noi ci ritroviamo, a distanza di trenta anni, già largamente applicate in Italia, che riguardano in buona parte proprio il problema della educazione dei giovani.
Per esempio la precocità dell’ “istruzione sessuale” ai giovani, la distribuzione programmata e massiccia dei contraccettivi, la omologazione e la diffusione della omosessualità, come normale modalità alternativa.
L’attacco avviene attraverso il canale della scuola per il cambiamento della cultura. Naturalmente con la facilitazione che viene dal fatto che la famiglia frequentemente non trasmette valori, o per lo meno si trova spesso disorientata in termini di educazione della sessualità.
La cosiddetta rivoluzione sessuale ha operato il distacco completo del problema della responsabilità della generazione dall’esercizio, comunque e qualunque, del sesso come bene di consumo.
Di fronte a queste provocazioni, noi che cosa abbiamo fatto? Abbiamo agito in modo sporadico, ciascuno per conto proprio. Ed invece questo è un campo nel quale nulla è possibile da soli. È chiaro che dietro a queste azioni si nascondono veri attacchi alla vita dell’uomo, da quella nascente a quella finale.
È necessario destare la sensibilità, porre il problema, con urgenza, e porsi alcuni obiettivi semplici, per contrastare possibilmente l’attacco.
Occorre procedere alla ricostruzione di una cultura della vita, cioè in sostanza una cultura dell’uomo. La famiglia non può farlo da sola, la Chiesa non può agire da sola e la scuola neanche. Il discorso della responsabilità, è un discorso aperto a tutti, è un discorso attuale, un discorso grimaldello. Ad esempio, parliamo di pace, quale è il fondamento della pace? È il rispetto della vita dell’uomo, di ogni uomo, non soltanto di quelli lontani che non ci danno fastidio. Del mio prossimo, che è il più prossimo, di mia moglie, di mio figlio, di mio padre, di mia madre, del mio amico, perché la solidarietà per i lontani non ci costa nulla e
la diamo anche con estrema facilità, invece la solidarietà con i vicini è molto più difficile. C’era uno scrittore francese che affermava che il precetto evangelico di amare i propri nemici non è poi così pesante da osservare, se pensiamo a quanto ci costano gli amici…
Evidentemente noi alle giovani generazioni dobbiamo dare fondamentalmente dei criteri di giudizio. Una cultura come quella che viene portata avanti è la cultura del dubbio, che va contro l’esigenza di certezze dei giovani.
Una cultura del dubbio, acritico, che va contro la necessità di ideali che i giovani hanno. Esiste infatti una richiesta a cui non è data risposta, ciò impedisce il giudizio critico davanti agli avvenimenti, al comportamento proprio e degli altri, alle scoperte della scienza, alla ricerca sull’uomo che può andare contro la dignità dell’uomo. Il progresso e lo sviluppo è tale che occorre conquistare la capacità di giudizio critico.

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