LA
FAMIGLIA LUOGO DI ACCOGLIENZA
Il futuro giovane padre e la futura giovane madre
che dovranno accogliere il figlio atteso o inatteso,
nel trovarsi di fronte alle conseguenze del loro
com-portamento (per il quale nel loro intimo viene
richiesto un atteggiamentoprofondo di accoglienza)
hanno già vissuto gli anni della loro personale
formazione,durante i quali hanno fatto continue
quotidiane esperienze di situazioniin cui altre
persone, coetanee o adulti, li hanno avvicinati,
li hanno ascoltati, li hanno accettati, hanno stabilito
rapporti con loro, li “hanno accolti”,
oppure li hanno rifiutati, trascurati, ignorati,
sottovalutati. Tutte queste esperienze concorrono
a determinare nei genitori atteggiamenti più
o meno generosi verso la creatura che sta per nascere.
Vorrei proprio soffermarmi su questo aspetto: come
la famiglia può educare all’ “accoglienza”.
In famiglia nasce un bambino: partiamo da qui. Anche
se il problema del rifiuto del figlio da parte di
qualche madre esiste, nella mia ipotesi prenderò
in esame la situazione più diffusa e comune:
bambini accolti volentieri in una casa normale,
con dei genitori normali, con una vita normale.
Nel modo di vivere odierno ci sono numerosi elementi
che possono far percepire al bambino scarso ascolto,
poca attenzione, insoddisfacente premura:
quando egli ha bisogno dell’adulto vede un
cambio frequente di persone perché la mamma
è occupata, il papà è occupato,
i nonni raramente ci sono, fratelli non ce ne sono;
chi si occupa di lui affinché non si faccia
male, raramente dialoga con lui.
Il modo di vivere di tante nostre famiglie considerate
normali è a volte negativo, se visto
sotto il profilo dell’accoglienza dalla
parte del bambino e del ragazzo.
Mi limiterò ad alcune esemplificazioni concrete
ed abbastanza diffuse: – l’esperienza
del babbo e della mamma che “devono”
seguire un programma TV e lui deve stare buono,
in silenzio, mentre aveva tanto aspettato papà
per giocare e fargli vedere... – l’esperienza
di ascoltare i discorsi degli adulti i quali dicono
che un figlio è più che sufficiente
perché costa, c’è da tribolare,
non si è liberi; i grandi non pensano quanto
è sentito in ogni bambino il desiderio di
avere fratelli e sorelle e come sia nella logica
della natura il bene della fraternità
– l’esperienza dei discorsi sulle
cose da comprare, da avere come gli altri –
l’esperienza di quelle situazioni in cui gli
adulti pensano a se stessi, alla carriera, alla
soddisfazione personale, ponendo al primo posto
l’attività extracasa.
Mi permetto qui di fare una breve parentesi sul
valore della “casa”: esso è presente
in tutte le situazioni di rapporti affettivi. È
da tempo acquisito come nessuna iniziativa sociale
possa sostituire la presenza dei genitori nei primissimi
anni di vita, e come, negli anni successivi, l’esperienza
di un fa-miliare che accoglie al rientro costituisca
un fattore rassicurante e fonte di equilibrio rispetto
al fenomeno diffuso della “casa vuota”;
sono numerosi, infatti, gli adolescenti che denunciano
come fonte di angoscia e di disturbo il non trovare
nessuno che li aspetti a casa.
Le esperienze su accennate sono vissute come
non accoglienza familiare e penetrano nella
persona che cresce, che si sta formando; determinano
in essa il desiderio di mettersi al centro dell’attenzione
e volere solo se stessa e quello che è più
comodo, che piace, che torna utile, perché
fin da bambino è stato esercitato alla ricerca
di superare in qualche modo i momenti di solitudine
e di angoscia; perché la delusione per l’assenza
di persone che si desideravano presenti e attenti,
con cui si voleva parlare, “confidarsi”
(i momenti
della confidenza non si improvvisano) era stata
superata con qualcos’altro.
In chi ha vissuto da bambino tali tipi di esperienze
è certamente più difficile che si
radichi il senso dell’accoglienza e dell’ascolto
dell’altro.
Per questo la responsabilità dei
genitori è grande ed è necessario
che ricordino come nei piccoli gesti quotidiani
si realizzi il vero clima dell’accoglienza.
Non dobbiamo mai dimenticare che il diritto-dovere
educativo primario spetta ai genitori. È
vero, però, che a volte la disgregazione
familiare, la diminuita intimità tra genitori
e figli, cui prima si accennava, l’incapacità
dichiarata di tanti genitori in ordine ai compiti
educativi, la confusione e il disorientamento in
ordine agli impegni formativi, richiedono un’urgente
azione di collaborazione
e di sostegno alla famiglia.
L’educazione alla vita in famiglia significa
fondamentalmente creare un clima di accoglienza,
è favorire la possibilità di comunicazione,
di relazione. «I genitori, avendo donato
la vita ed avendola accolta in un clima d’amore,
sono ricchi di potenziale educativo che nessun altro
detiene: essi conoscono in un modo unico i propri
figli, nella loro irripetibile singolarità
e, per esperienza, possiedono i segreti e le risorse
dell’amore vero» (dal sussidio pastorale
«Sessualità umana: verità e
significato» promulgato dal Pontificio Consiglio
per la Famiglia).
Tra i compiti dei genitori dovranno dunque trovare
spazio, in merito all’educazione alla vita
anche alcuni aspetti precipui: – promuovere
l’adolescente a scoprirsi soggetto e persona
libera; – sollecitarlo a maturare come
essere libero anche nel senso di percepirsi sempre
come persona originale, ricca di interiorità,
creativa e intrinsecamente orientata ad attuare
la propria dignità di persona; –
orientarlo a rendersi sempre più capace di
esercitare la sua libertà interiore attraverso
una sviluppata capacità critica e di discernimento
tra ciò che è bene e ciò che
è male; – educarlo alla castità,
intesa nel suo significato più profondo,
come capacità di amore oblativo.
Ma la famiglia, nel suo compito di accoglienza alla
vita deve anche essere sostenuta. «Se
è vero che l’avvenire dell’umanità
passa attraverso la famiglia, si deve riconoscere
che le odierne condizioni sociali, economiche e
culturali rendono spesso più arduo e faticoso
il compito della famiglia nel servire la vita. Perché
possa realizzare la sua vocazione di “santuario
della vita”, quale cellula di una società
che ama e accoglie la vita, è necessario
e urgente che la famiglia stessa sia aiutata e sostenuta.
Le società e gli Stati le devono assicurare
tutto quel sostegno, anche economico che è
necessario perché le famiglie possano rispondere
in modo più umano ai problemi. Da parte sua
la Chiesa deve promuovere instancabilmente una pastorale
familiare capace di stimolare ogni famiglia a riscoprire
e vivere con gioia e con coraggio la sua missione
nei confronti del Vangelo della vita» (Evangelium
vitae n. 94). |