IL
DIRITTO ALLA VITA: OSCURANTISMO O AVANGUARDIA?
“La Spagna si situa così all’avanguardia
dell’Europa e del mondo” dichiarava
qualche settimana fa Maria Teresa Fernandez de
Vega, portavoce del governo Zapatero, a proposito
della proposta di legge governativa di permettere
alle coppie omosessuali di contrarre matrimonio
civile a tutti gli effetti e poter accedere così
anche all’adozione dei bambini.
Quello che mi ha maggiormente colpita in questa
dichiarazione non è stato tanto il merito
della questione (anche se sulla medesima avrei
più di una cosa da dire), quanto la menzione
del concetto stesso di avanguardia fatta dalla
signora de Vega. Perché se si parla di
“avanguardia” la mia mente corre a
Samuel Beckett, a Karlheinz Stockhausen, ad Andy
Warhol, solo per citare alcuni di quelli che l’avanguardia
l’hanno fatta sul serio nel campo dell’arte.
Ma questo termine ha informato di sé anche
altri settori dell’umana conoscenza, in
particolar modo quello della scienza: il primo
trapianto di cuore del mitico Prof. Barnard altro
che se è stato “avanguardia”,
giusto per citare un fatto. In qualunque contesto
lo si vuole calare, il termine “avanguardia”
è sempre sinonimo di sviluppo, ci dà
un’idea di prima linea verso il progresso,
nella cultura e nella scienza tutta.
E per questo trovare la parola “avanguardia”
nelle dichiarazioni della portavoce del governo
Zapatero mi ha francamente inquietata. E il motivo
della mia inquietudine è stato: davvero
le politiche di questo esecutivo sono da considerare
avanguardia e sviluppo per la cultura e la società
occidentali di inizio terzo millennio? Citando
solo alcune dei disegni di legge approvati recentemente
dal governo spagnolo, è possibile affermare
che ottenere divorzi (bada bene, non separazioni),
dopo soli sei mesi se solo un coniuge lo richiede
(i mesi diventano due se entrambi i coniugi sono
d’accordo), depenalizzare l’eutanasia,
rendere la pratica dell’aborto nelle prime
settimane un optional per cui lo Stato alla madre
non ha il diritto neanche di chiedere spiegazioni,
riconoscere giuridicamente il matrimonio tra persone
omosessuali e concederne la possibilità
di adozione, autorizzare la ricerca scientifica
senza alcun limite sugli embrioni umani (ultimo
traguardo questo della valanga Zapatero); tutto
questo si diceva, può autorizzare una funzionaria
governativa a dire che il suo Paese rappresenta
l’avanguardia in “Europa e nel mondo”?
La mia risposta è un secco, deciso, convinto
no, e da questo no vuole partire il mio ragionamento.
Una premessa però: io non mi permetterò
di dire, come purtroppo spesso fa chi la pensa
diversamente da me, che il mio è lo sviluppo,
mentre quello della de Vega è spazzatura.
Io non verrò a dire che le mie proposte
se fossero realizzate “situerebbero l’Italia
all’avanguardia dell’Europa e del
mondo”. Non chiederò nulla, eccetto
una cosa, che non solo chiederò, ma anzi
pretenderò: il diritto cioè di affermare
che esiste una concezione di progresso civile
diversa, molto diversa da quella del governo Zapatero;
e che pretendo, anche questo lo pretendo, pari
dignità, pari rispetto per le mie opinioni
rispetto a quelle di chi, in onestà, la
pensa diversamente da me.
Tutti gli argomenti prima citati meriterebbero
di essere approfonditamente discussi, tuttavia
per oggettivi limiti di spazio ne affronterò
solamente uno:
il grande tema cioè del diritto alla vita,
argomento in qualche modo sotteso a tutti gli
altri, e che ritengo sia fondamento stesso della
democrazia.
Tale diritto in questa nostra epoca viene spesso
negato da un certo laicismo assolutista e fondamentalista,
dal quale anzi è spesso considerato una
sorta di “fissazione” dei cristiani,
in cui viene, per gentile concessione, permesso
di credere, purché all’interno delle
segrete stanze dei conventi. I sostenitori di
tale atteggiamento, ergendosi a difesa del cosiddetto
“Stato laico” dimenticano che proprio
uno “Stato laico” si basa su principi
democratici che affondano le proprie radici nei
diritti umani, e il primo tra i diritti umani
è
propriamente il diritto alla vita. Dunque uno
“Stato laico” deve difendere il diritto
alla vita.
Affrontare il tema della scienza e della tecnologia
rispetto ai nuovi scenari, non assume il giusto
significato se non si pone al centro l’uomo,
l’essere umano nella sua fase più
debole, in cui gli attacchi di una tecnologia
utilitaristica, cieca e ideologica sono più
forti: all’alba e al tramonto della vita.
Va affrontata con serenità ma con determinazione
e chiarezza la questione etica e il diritto alla
vita. A volte ho l’impressione che tra i
cattolici vi sia una sorta di “complesso
di inferiorità culturale”. A volte
sembra che le accuse immancabili di essere “oscurantisti,
medioevali, talebani” che ci vengono rivolte
quando parliamo in difesa del diritto alla vita,
abbiano sortito il loro effetto intimidatorio.
A chi ci accusa di essere antidemocratici perché
imporremmo la nostra morale ad un stato laico,
bisogna avere il coraggio di rispondere che il
diritto alla vita non ha e non deve avere colore
nè religioso nè politico: Il piccolo
bambino concepito non è un “fatto
politico” non è un “invenzione
della chiesa”: è un figlio! Il più
piccolo, il più debole, il più indifeso
figlio della comunità umana.
Ciò premesso, il “popolo della vita”,
come il Santo Padre ci chiama nell’Evangelium
vitae, è chiamato però ad una testimonianza
più forte. Come rassegnarsi di fronte ai
più di quattro milioni di bambini mai nati
per effetto della L.194/78 che ha legalizzato
l’aborto in Italia? Chi, se non il popolo
della vita, potrà essere la voce di chi
non ha voce, del più piccolo dei nostri
fratelli, che rischia di essere vivisezionato,
buttato in un lavandino se, malauguratamente “non
perfetto”, considerato non degno di vivere,
in quanto la sua “qualità di vita”
sarebbe inaccettabile? “Quale pace se non
salviamo ogni vita?” così Madre Teresa
riferendosi proprio al piccolo concepito.
|