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LA CULTURA DELL’ACCOGLIENZA

L’uomo non può vivere solo: “Non è bene che l’uomo sia solo, gli farò un aiuto che sia simile a lui” dice Dio nella Genesi, indicando quale doveva essere il fondamento della società umana: l’aiuto reciproco. La parola “socievole” sta proprio ad indicare colui che è il compagno, l’alleato che aiuta nel momento del bisogno. Ma perché ciò avvenga, è necessario che senta nell’altro il proprio simile, il fratello, l’altro se stesso che deve essere accolto, rispettato, stimato e, soprattutto, “amato”. E affinché questo “sentire” nasca nel cuore di ogni uomo, affinché la società civile ritrovi il valore del cum-vivere, dello stare insieme, in cui tutti, sani e ammalati, giovani e vecchi, ricchi e poveri, colti e analfabeti, forti e deboli godano dello stesso rispetto, della stessa dignità, dello stesso amore, è necessario creare una mentalità nuova, una “cultura” che nasca dal di dentro del cuore dell’uomo e cambi il modo prima di pensare e poi di agire dei singoli e conseguentemente il costume di tutto il popolo.
Se certi atteggiamenti, infatti, di apertura, di ascolto dell’altro, non nascono dal profondo del sentire dell’uomo, ma sono emotività, interesse apparente, o il seguire una moda, non riescono ad incidere in profondità nella vita civile, finiscono col lasciare, o addirittura respingere, ciascuno nella propria solitudine e nel proprio isolamento.
Il nostro modo di vivere oggi è imbevuto spesso di egoismo e di un pragmatismo miope ed edonistico, che spinge all’utile, al conveniente, al comodo, al garantito. Abbiamo una società organizzata ad alto indice di complessità che si sforza di provvedere a tutto. Siamo al limite dello Stato assistenziale totalizzante per il moltiplicarsi dei servizi, di provvidenze, di interventi garantiti dal pubblico denaro.
Eppure troppi vivono una crisi esistenziale. Nonostante l’estendersi della pubblica assistenza che si sforza di dar vita a nuove iniziative (per esempio per gli anziani), oggi si diffondono ancora di più anonimato, abbandoni, solitudini, sofferenze profonde causate da una sorta di spersonalizzazione. Si verifica una emarginazione della persona proprio nella struttura creata contro l’emarginazione, per la inevitabile burocratica disattenzione della persona stessa.
Affinché la nostra società non diventi una società di robot senz’anima, dove l’uomo è ridotto a numero per le statistiche, bisogna promuovere una nuova mentalità, creare un nuovo “umanesimo” dove ciascuno vale ed è accolto per quello che è e non per quello che ha.
“Accoglienza” è una cultura che non si improvvisa: si costruisce poco alla volta operando nelle circostanze in cui ci si trova.
Ognuno nella realtà quotidiana vive tante piccole esperienze nelle quali sente di essere ascoltato o rifiutato, si accorge di essere accolto o allontanato.
Sono i fatti, gli atteggiamenti, le parole, i gesti di ogni giorno che creano l’humus favorevole su cui si innesteranno i comportamenti prima, le idee poi.
Sappiamo che molti comportamenti derivano da messaggi elaborati culturalmente, discendenti da condizioni di vita, impostazioni educative, linee filosofiche, progetti socio-politici di organizzazione della società. Essi trovano un humus favorevole su cui impiantarsi e mettere radici nell’esperienza vissuta quotidianamente dai singoli, dai bambini, da ragazzi e da giovanissimi: cioè
prima che i soggetti siano riusciti a formarsi una capacità critica di valutazione che non è solo teorica, ma nasce dall’incontro e dall’esplicitazione di teorie, principi, proposte (che evidentemente si rifanno anche al senso religioso della vita) con azioni e comportamenti quotidiani. Questi ultimi penetrano, “formano” la persona che sta crescendo più che le parole.
Ritengo che il modo di vivere quotidiano influenzi e determini il radicarsi nell’intimo del senso e della capacità di accogliere o di rifiutare l’altro, più che tante astratte teorie.


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