Vi sono aspetti che riguardano la coscienza
e il comportamento individuali.
Ciascuno può non riuscire a incarnare
il valore che vede oppure può provare
difficoltà a vedere il valore. Vi è
una debolezza della volontà o un oscuramento
della intelligenza. Ma l’emergenza etica
ha un risvolto più drammatico, nel senso
che diviene anche emergenza politica. Uso questa
parola “politica” secondo la sua
verità, cioè in senso nobile:
la politica come riflessione e azione riguardanti
l’assetto, la struttura, il finalismo
della “polis”.
La questione che oggi si pone è se la
politica possa restare neutrale rispetto al
valore della vita umana. Una
politica corrotta risponde di sì. Ma,
poiché il senso della politica è
il servizio all’uomo (questa è
la sua specifica eticità), si capisce
che una politica disinteressata rispetto al
valore della vita, cioè rispetto al suo
stesso fondamento, manifesta che l’emergenza
etica è anche politica.
La neutralità della politica
rispetto alla vita nascente costituisce
ormai una tesi lucidamente formulata da più
parti, con molte sfaccettature. Tale neutralità
è richiesta dalle istanze più
profonde della cultura abortista, la quale punta
solo apparentemente alla depenalizzazione dell’aborto.
In realtà il suo scopo decisivo è
la decolpevolizzazione, cioè la demolizione
di ogni giudizio etico sulle scelte riguardanti
la vita nascente.
Il linguaggio è suggestivo. Per chi non
sappia scrutare in profondità esso appare
quasi sostanziato di valori. Ma il fatto è
che la “scelta” in sé è
proposta come valore, mentre essa suppone valori
da scegliere rispetto ai quali si pone come
strumento. Ma si possono indicare come valori
di pari peso la vita e la soppressione della
vita? È impossibile. Ecco perché
la “scelta” è culturalmente
trasformata da strumento in fine. Essa è
il valore, non lo strumento del valore. Ma tale
operazione mistificatoria suppone, all’evidenza,
la “neutralità” rispetto
al valore della vita.
In questa prospettiva deve essere letto il costante
rifiuto dello “sguardo”, rifiuto
che è tipico della mentalità e
della prassi abortista. Al contrario: proprio
dallo “sguardo” al bambino
non nato nasce la cultura della vita.
Per essere neutrali bisogna non guardare. Per
impegnarsi bisogna vedere.
Lo sguardo umano si distingue da quello dell’animale
perché è razionale.
L’uomo può “vedere”
anche con la ragione. La ragione è la
capacità tipicamente umana di vedere
oltre il visibile. Qui il tema della vita nascente
rivela ulteriori insospettate profondità.
Essa concerne essenzialmente lo sguardo. Del
bambino non nato non si deve assolutamente parlare,
neppure in modo indiretto. L’offerta di
alternativa e il colloquio non devono assolutamente
essere considerati strumenti di prevenzione
perché essi in qualche modo parlano del
bambino, che, a seconda della scelta, vivrà
o morrà. L’unica prevenzione possibile,
in questo contesto culturale, resta evitare
il concepimento. Di qui l’enfasi sulla
contraccezione, salvo la concessione scettica
e tollerante della nostra richiesta di parlare
dei “metodi naturali” e di usare
un linguaggio quale quello di “procreazione
responsabile”.
Se proprio il “colloquio” e “offerta
di alternative” si devono trattare, allora
se ne parli fuori dalla prevenzione, cioè
non come strumenti per evitare l’aborto,
ma come strumenti per rendere più piena
e matura la “scelta” della donna.
È con questa cultura che noi dobbiamo
misurarci.
È la cultura del non guardare. Ad essa
noi opponiamo la cultura dello sguardo.
Se l’analisi che io ho fatto è
esatta, la prevenzione dell’aborto si
fonda sullo sguardo. Ciò è vero
già ora ma diventerà ancora più
vero nel prossimo futuro, quando l’aborto
sarà “chimicizzato” e “pillolizzato”,
quando cioè il controllo esterno pubblico
diventerà sempre più difficile
e la vita umana nascente sarà sempre
di più affidata alla capacità
individuale di vedere e di amare, cioè
alla mente e al cuore.
Ma non è in gioco soltanto la prevenzione
dell’aborto volontario.
Possiamo, infatti, immaginare che di fronte
alla vita prevalga la rinuncia alla sanzione
penale, possiamo persino tentare di dare alla
parola “autodeterminazione” un significato
non totalmente negativo, quasi di fiducia nella
capacità della madre di scegliere la
vita per il figlio, ma una condizione è
irrinunciabile:
la neutralità dello Stato rispetto alla
vita deve essere cancellata.
Essa è la grande immoralità. Lo
Stato, non può essere neutrale tra la
vita e l’uccisione. L’uscita più
morbida dalla inaccettabile neutralità
è l’educazione al rispetto della
vita. Lo Stato che educa deve dire che il concepito
è un essere umano, merita rispetto, che
dunque è dovere civile, anche se non
giuridico, accogliere la vita.
Non illudiamoci, però. L’obiettivo
è tutt’altro che facile.
Dunque le difficoltà che incontreremo
sono grandi. Occorrerà saggezza, longanimità,
cuore aperto, intelligenza, minuzioso approfondimento
educativo, capacità inesauribile di dialogo.
Ma non potremo mai accettare che il valore della
vita umana sia bandito e etichettato come discorso
“di parte”.