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L’EUTANASIA

Anche per il non credente nell’uomo è presente un mistero, una diversità qualitativa rispetto ad ogni altro essere creato, una trascendenza rispetto alle cose e alle altre individualità biologiche vegetali o animali, che lo rende sempre fine e mai mezzo, sempre soggetto e mai oggetto, sempre persona e mai cosa.
Questo è, appunto, il senso della “dignità”, che è parola chiave nella cultura e nel diritto moderni. La dignità, insomma, è una caratteristica dell’uomo in quanto tale, non la condizione da cui dipende l’esistenza dell’umanità.
Non può esservi un individuo vivente appartenente alla specie umana che non abbia “dignità”.
Nella dignità umana si radicano i diritti fondamentali, quello alla vita, quello alla salute, quello alla libertà etc., gerarchicamente ordinati tra di loro. Perciò la lotta per difendere la vita, la salute, la libertà etc. è compito doveroso ed essenziale della società. La lotta contro la sofferenza ne è parte necessaria, anche se la dignità umana può rifulgere nel modo più alto quando l’uomo sa accettare coraggiosamente e generosamente la sofferenza e di contro neppure il dolore può annullarla od offuscarla. Questo non significa, lo si ripete, che non si debba destinare il massimo impegno alla lotta contro il dolore. Si vuole soltanto
affermare che, anche quando la sofferenza non sia vinta, la dignità umana non è per niente cancellata e che il dolore, almeno in una luce religiosa, non può essere dichiarato sempre inutile.
La prima concreta manifestazione della dignità umana è il diritto alla vita.
Esso, oltreché implicitamente garantito attraverso il riconoscimento dei diritti dell’uomo, è spesso esplicitamente menzionato in solenni testi giuridici internazionali e costituzionali. Basti ricordare l’art. 3 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, l’art. 2 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti e delle libertà fondamentali, 1’art. 6 della Convenzione sui Diritti del Fanciullo, gli artt. 15 della Costituzione sui Diritti del Fanciullo, gli artt. 15 della Costituzione spagnola, 2 di quella tedesca, 5 di quella greca,
25 di quella portoghese 40 di quella irlandese etc. La proclamazione del diritto alla vita è accompagnata dalla affermazione che esso spetta ad ogni singolo uomo, senza alcuna distinzione, e dalla dichiarazione della sua “inviolabilità”.
Necessaria conseguenza è il divieto di ogni atto uccisivo. A questo proposito va richiamato in modo particolare l’art. 2 della Convenzione europea, sia per la sua dettagliata formulazione che investe direttamente anche il tema della eutanasia, sia per la sua autorevolezza specie nei confronti delle istituzioni europee. Esso afferma: “Il diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla legge.
Nessuno può essere intenzionalmente privato della vita salvo che in esecuzione di una sentenza capitale pronunciata da un tribunale, nei casi in cui il delitto sia punito dalla legge con tale pena”.
Il comma successivo indica tassativamente gli altri casi “in cui la morte non è considerata inflitta in violazione di questo articolo”. Si tratta della legittima difesa e dei casi di evasione e di repressione di una sommossa o insurrezione se l’uso della forza appare assolutamente necessario.
In tutti gli ordinamenti giuridici i diritti personalissimi sono indisponibili. Ciò vale ad esempio per il diritto all’integrità fisica e per il diritto alla libertà. Sono certamente nulli i contratti con cui taluno si obbligasse a cedere una parte significativa del proprio corpo o si rendesse schiavo di altri. Amaggior ragione è indispensabile il diritto alla vita che è il presupposto della integrità fisica e della libertà.
Ci si rende ben conto, tuttavia, che la spinta per legalizzare l’eutanasia mira appunto a modificare le normative esistenti. Ma si tratta di valutare se esiste una ragione sufficiente per un cambiamento che intaccherebbe profondamente un principio fondamentale, che gli Stati e l’ordinamento internazionale hanno faticosamente costruito nel corso della storia. Nella concezione più estrema tale ragione viene individuata in una idea di libertà intesa anche come scelta tra l’esistere e il non esistere.
È del tutto evidente che la libertà suppone il diritto alla vita. Nell’ordine della vita fisica la morte è esattamente l’opposto della libertà, la fine di essa. La libertà non può giungere a negare se stessa: non è ammissibile la scelta di rendersi schiavi. Per questo nel corso di un tentativo di suicidio colui che interviene anche con la forza ad impedire la conclusione dell’aspirante suicida non toglie la libertà, ma la restituisce. Nel caso del malato in preda a gravi sofferenze è quanto mai dubbio che il suo consenso possa rendersi libero.
Intanto la situazione di piena consapevolezza sembra rarissima. Nello stato agonico e preagonico la coscienza è di regola obnubilata ed è perciò difficile immaginare un malato “pienamente cosciente”, a meno che non si voglia estendere molto il concetto di malato terminale con intuibili pericolosissime conseguenze. Il caso più frequente in cui si pone il problema dell’eutanasia è quello del malato in coma che, per definizione, non è in grado neppure di manifestare alcun desiderio. Si potrebbe obiettare che, anche se, quando ormai la morte è imminente, non può manifestarsi un consenso valido, tuttavia il paziente potrebbe aver dichiarato prima la sua volontà, magari nella forma di volontà testamentaria, come è suggerito da molte associazioni che propagandano l’eutanasia. Ma, come sopra detto, la libertà implica la facoltà di cambiare decisione, ciò che è particolarmente importante quando si parla di vita o di morte.
Bisogna poi chiedersi che cosa significhi realmente una invocazione della morte. Spesso essa è una protesta contro la solitudine, l’abbandono, la mancanza d’attenzione dei familiari. Non solo le cure fisiche, ma anche una costante vicinanza psicologica, una mano tenuta nella mano possono fare abbandonare la domanda di eutanasia.
Il fine delle cure non è esclusivamente la guarigione. Anche il malato inguaribile ha diritto alle cure: in tal caso esse saranno dirette a prolungare il più possibile la vita (molte terapie contro il cancro hanno spesso soltanto questo fine) e/o a ridurre la sofferenza. Si comprende così la grande importanza delle cure palliative, che rientrano a pieno titolo nel concetto di terapia.
Data questa idea di “cura”, la parola eutanasia appare in se stessa inorganica.
La morte non è mai “buona” e non la si può rendere tale. Si può e si deve invece fare tutto il possibile per rendere “buona” la vita o almeno per renderla il meno amara possibile fino all’ultimo istante, fino all’attimo della morte.
Questo significa “umanizzare la morte”, far si che l’uomo resti tale il più possibile fino all’estremo, riconosciuto nella sua dignità, oggetto di solidarietà e di cura, aiutato ad affrontare nel fisico e nello spirito il passo estremo.
Poiché il fine della cura non è soltanto la guarigione, ma anche l’eliminazione o la riduzione del dolore, si comprende la differenza sostanziale tra l’uccisione per cessare la sofferenza e il somministrare sostanze analgesiche, anche se da ciò possa derivare il rischio di un abbreviamento della vita.
Già la parola “eutanasia” è di per se fonte di equivoci, poiché storicamente è stata usata per indicare anche l’uccisione dei bambini deformi, dei malati mentali, degli anziani come tali.
Un conto è decidere di uccidere una persona o, se si vuole, di abbreviarne l’esistenza (che è eutanasia quale che sia il comportamento positivo o negativo posto in essere), un conto è chiedersi fino a quali limiti debba spingersi la lotta per la vita e se questa lotta debba continuare “a qualsiasi costo”.
Nei casi piu frequenti in cui il malato è “affidato” al medico il tema dei limiti e la domanda se le cure debbano essere proseguite “a qualsiasi costo” introducono la questione dell’ “accanimento terapeutico”.
Giova insistere sulla distinzione tra il tema dell’accanimento terapeutico e quello dell’eutanasia, perchè spesso il rifiuto del primo viene considerato come accettazione dell’eutanasia, il che non è. Come tutti i codici deontologici medici scrivono, il medico può essere definito il servitore della vita. La sua professione è una continua lotta per mantenere la vita, il più possibile nella pienezza, ma comunque vita. Questa lotta univoca, senza compromessi e senza ombre, costituisce la nobiltà della professione medica e le attribuisce un senso umano estremamente denso. In fondo è la lotta di ogni singolo essere
umano dall’inizio della storia. Ma è una lotta inevitabilmente destinata al fallimento finale. Per ogni uomo, e dunque anche per il medico che lo cura, viene il momento della resa in cui bisogna alzare le mani e abbandonare le armi di fronte al nemico. “Quando si fa chiaro che la prosecuzione della lotta contro la morte non ha più alcuna prospettiva seria di successo, la lotta deve cedere il posto all’accettazione e tutti gli sforzi vanno rivolti ad assicurare al malato le necessarie condizioni di tranquillità e la possibilità di valersi di ogni forma di sostegno e di conforto, da quello della vicinanza dei familiari e amici, a quello di una assistenza religiosa delicata e attenta” (Ciccone). La scelta di dare la morte e l’accettazione della morte non sono affatto la stessa cosa.
Contro questa umana e ragionevole resa di fronte alla morte sta l’accanimento terapeutico. Intendiamoci: l’impegno appassionato ed inesausto per la salute e la vita, che non trascura la benché minima possibilità di cura e di allontanamento della morte è altamente meritorio. Ad esso si debbono enormi, e un tempo impensabili, progressi della scienza medica. Semmai è da lamentare che non sempre, non per tutti, non in ogni paese, non in ogni ospedale, non in ogni medico, si riscontri un siffatto impegno. Tuttavia in senso tecnico non appare possibile o per lo meno non appare doveroso (a meno che il paziente personalmente e coscientemente lo richieda) un accanimento terapeutico inteso come l’impiego di interventi fortemente invasivi e spesso umilianti “volti esclusivamente a procrastinare per brevissimo tempo la morte imminente, con ciò prolungando congiuntamente situazioni fisiche di inutili agonie quando non addirittura di intollerabili sofferenze”. In tal caso si tratta di “intervento medico affatto idoneo a combattere l’affezione mortale su pazienti giunti alla fase terminale della malattia” e quindi “sprovvisto di carattere terapeutico” (Barni).
A questi appunti di carattere assoluto se ne aggiungono altri di carattere pratico.
Il più importante è quello che nasce dalla riflessione sui “passi successivi” che costituiscono un pericolo minaccioso quando essi non sono qualche cosa di “essenzialmente nuovo”, di radicalmente diverso, perché le scelte future appaiono già comprese nel passo precedente. “Se diventasse lecito uccidere per pietà i malati gravissimi, prossimi alla morte, i passi successivi potrebbero diventare, per così dire automatici, proprio perché non sostanzialmente nuovi e diversi: dalla depenalizzazione dell’uccisione dei malati incurabili non terminali, alla depenalizzazione dell’uccisione per pietà dei malati di mente, dei deformi, dei vecchi e via discorrendo” (Stella).
È evidente che su questi temi non è in gioco solo la fede cattolica ma tutto il nostro umanesimo, riflesso anche nella Costituzione.
Non si tratta dunque di una contrapposizione fra “morale laica” e “morale cattolica”, ma del rispetto per la vera dignità di ogni persona nell’orizzonte fondante dei diritti umani, primo tra tutti quello alla vita.

 

 

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