LA
FRONTIERA DELLE CELLULE STAMINALI
Le cellule staminali sono cellule
non specializzate, in grado di moltiplicarsi in
coltura dando origine a cellule uguali a se stesse
o a cellule differenziate. Sfruttando tali capacità,
gli scienziati vorrebbero farle crescere per “rimpiazzare”
cellule o tessuti danneggiati da gravi malattie,
quali Alzheimer, Parkinson, diabete, tumori, infarto...
oppure per produrre organi per trapianti.
Le cellule staminali si trovano nell’embrione
allo stadio di blastocisti (4-5 giorni dopo la
fecondazione), nel sangue del cordone
ombelicale dei neonati e in alcuni tessuti
dell’adulto, soprattutto midollo osseo,
cervello e fegato.
Mentre il prelievo delle cellule staminali da
neonati (utilizzando cordone ombelicale o placenta)
o da adulti rappresenta una via scientificamente
praticabile ed eticamente accettabile per la terapia,
la proposta di utilizzare gli embrioni
per ottenere cellule staminali, poiché
comporta il sacrificio degli embrioni stessi,
presenta delle insuperabili riserve etiche.
Non si può infatti rinunciare a proclamare
e a testimoniare come prioritario il diritto
alla vita sul “diritto alla salute”.
Non è eticamente accettabile che per salvare
un uomo se ne uccida un altro. Inoltre, a chi
giustifica il ricorso agli embrioni sostenendo
che questa via sia praticabile in tempi rapidi
e che sia perseguibile per non lasciare indietro
la ricerca italiana, si può obiettare che
non solo non sono ancora esclusi rischi in una
pratica del genere, ma che esistono altre strade
percorribili.
Non sono solo motivi etici che sconsigliano l’uso
delle cellule staminali da embrione; queste, infatti,
sono cellule con una straordinaria potenzialità,
dette appunto totipotenti, in grado cioè
di trasformarsi in qualunque tessuto, tanto che
nell’impiego in vitro ed anche in vivo possono
dare luogo a linee cellulari tumorali.
In riferimento all’aspetto etico,
risulta inaccettabile anche la proposta di utilizzare
gli embrioni umani già congelati.
Insisto infatti che non si può distruggere
un essere umano seppure allo stadio embrionale
per salvarne un altro allo stadio adulto. Nessun
fine ritenuto buono può giustificare tale
intervento.
La ricerca può procedere percorrendo una
via scientifica alternativa (prelievo di cellule
staminali da cordone ombelicale o da adulto) che
si apre a promettenti applicazioni terapeutiche,
sorgente di speranza per molte persone sofferenti:
all’Università Cattolica di Roma
si congelano staminali dai cordoni ombelicali
dei neonati con la prospettiva di avere, in futuro,
una “banca” individuale.
Inoltre, la ricerca sulle staminali da adulti
promette potenzialità non minori delle
staminali da embrione.
Perché è vero che la cellula staminale
dell’adulto non è più “totipotente
“, ma per curare malattie degenerative come
il Parkinson, disponendo di cellule già
“indirizzate” essa rappresenta un
vantaggio e non un limite. L’obiettivo ottimale
è quello di poter riprogrammare cellule
mature del paziente di cui si intende rigenerare
il tessuto.
Si ritiene eticamente lecita la derivazione di
cellule staminali anche da feti risultanti da
aborto spontaneo.
“Staminali vuole sempre l’aggettivo”.
Così titola il quotidiano “il Foglio”
in un editoriale del 24 novembre 2004. C’è
“una strana sindrome, dice l’editoriale,
che coglie non pochi commentatori e politici italiani
quando si parla di staminali [:] [.] abbinare
ritualmente alla notizia dei successi delle staminali
adulte l'anatema contro chi contesta l’uso
della staminali embrionali”. La sindrome
si manifesta solitamente in due modi: magnificare,
ad ogni risultato ottenuto con le staminali da
adulto, i risultati possibili con le staminali
embrionali; omettere sistematicamente l’aggettivo
“adulte”, lasciando credere che ogni
ricerca di successo con le cellule staminali riguardi
quelle embrionali.
In realtà, mentre le staminali embrionali
non hanno dato risultati, per ragioni tecniche
(e non economiche) che sono ben note alla comunità
scientifica, la terapia con le staminali adulte
è una confortante realtà, che va
arricchendosi quasi quotidianamente di nuove scoperte
e nuove applicazioni (cfr. C. Navarini, Cellule
staminali e disinformazione, 18 luglio 2004).
Incuranti di ciò, gli oppositori in senso
permissivo della legge 40 sulla fecondazione artificiale
contestano il divieto di clonazione e di ricerca
con gli embrioni, additando ai “milioni”
di pazienti che trarrebbero giovamento e reali
speranze di vita dalla terapia cellulare staminale
embrionale (cfr. A. Mantovano, Ritorno all’occidente.
Bloc-notes di un conservatore, Spirali, Milano
2004, pp. 105-108).
La situazione legislativa nazionale e internazionale
in tema di cellule staminali è molto varia.
Fra gli Stati membri permane tuttavia un vivo
disaccordo: contrari alla distruzione di embrioni
per la ricerca scientifica sono le legislazioni
di paesi come l’Italia, la Germania, l’Irlanda,
la Russia; fra i paesi favorevoli alla ricerca
con le cellule staminali derivate da embrioni
soprannumerari trovano posto, sia pure con varie
sfumature, Francia, Spagna, Portogallo, Svizzera;
la Gran Bretagna e il Belgio (fra breve anche
la Svezia) hanno addirittura emanato leggi che
consentono la clonazione umana per fini “terapeutici”.
Negli Stati Uniti occorre differenziare fra posizione
ufficiale dell’amministrazione federale
e regolamentazioni dei singoli Stati, che dispongono
di ampia libertà giuridica. Il Presidente
Bush nel 2001 ha revocato i finanziamenti federali
per la creazione e l’utilizzo di embrioni
a scopo di ricerca, riservandoli unicamente alle
ricerche che utilizzano le linee di cellulari
staminali già esistenti.
1) Le cellule staminali sono una cura antichissima.
Antica quanto la gravidanza. Il tentativo
di curare una lesione con le cellule staminali
avviene già in natura: in gravidanza, cellule
staminali del feto passano la placenta e accorrono
dove si presenta una lesione per portare soccorso
all’organismo materno. Sviluppate e differenziate,
sono rintracciabili anche dopo 30 anni nella mamma
perché si posizionano in vari organi formando
delle chimere, combinazioni di cellule
madre-figlio.
2) Si preferisce utilizzare il termine embrione
allo stadio di... per evidenziare la dignità
dell’embrione in ogni sua tappa evolutiva,
dal momento del concepimento. Invece l’uso
del
termine “preembrione” introdotto nel
1986 in Inghilterra dal Comitato Warnock per indicare
le prime due settimane di vita dopo l’unione
dei gameti, ha prodotto devastanti onseguenze
etiche, sociali e giuridiche. Infatti, il Rapporto
del Comitato Warnock anche se non obiettava la
continuità dello sviluppo embrionale, ammetteva
la sperimentazione fino al
14° giorno dal concepimento, considerando
perciò l’embrione umano come individuo
umano, degno di rispetto, solo a partire dal 15°
giorno di vita. Ciò è naturalmente
e scientificamente paradossale: nessuno scienziato
doc utilizza questo termine e la stessa Mac Laren
che lo aveva proposto si è “pentita”.
|