La Mia Candidatura

Avevo vent’anni quando incontrai per la prima volta il fondatore dei Radicali. Era il 22 maggio del ’78 e nell’Aula del Senato si stava votando la legge 194 che ha legalizzato l’aborto in Italia.
Insieme ad un gruppo di giovani, appartenenti a diversi movimenti ed associazioni, organizzammo un sit-in per la vita e, con canti e slogan, manifestavamo la nostra contrarietà al disegno di legge in votazione.
Stavamo stipati nella Corsia Agonale (per chi non conosce Roma, è una viuzza prospiciente il Palazzo del Senato) con cartelli e striscioni scritti a mano ed eravamo convinti che una legge così ingiusta non sarebbe mai stata approvata. Col passare delle ore le notizie che ci pervenivano dall’Aula erano sempre meno rassicuranti. All’improvviso ci si avvicinò una signora, comunicandoci che Pannella voleva incontrare una nostra delegazione. La seguimmo nel Palazzo, in un salottino limitrofo all’Aula da dove sentivamo le voci dei senatori.
Ricordo con estrema lucidità quell’incontro: Marco Pannella, ci fece un lungo discorso, utilizzando al massimo la sua capacità di convincimento e pronunciava parole come “battaglia di civiltà e di libertà”, “conquista delle donne”… poi, fissandoci negli occhi ed ostentando un largo sorriso affermò: “Sarà anche grazie a voi, donne e giovani cattolici, che riusciremo a portare a termine queste battaglie.” Ma non ci convinse. Per niente. Anzi. Fondai con altri il Movimento per la vita italiano: ad oggi: 600 tra centri di aiuto alla vita e movimenti locali, 80 case di accoglienza, 100.000 bambini strappati all’aborto ed altrettante donne salvate da un dramma indelebile.
Pochi giorni fa, in un’intervista, Emma Bonino, leader storica dei Radicali, candidata alla Presidenza della Regione Lazio per il Pd, ha affermato: “non temo di perdere i voti dei cattolici, le grandi conquiste civili di questo Paese, dal divorzio all’aborto, sono state proprio dovute al voto dei cattolici. I clericali e i bigotti probabilmente non saranno contenti, ma non importa. Credo che i cattolici veramente credenti sentano invece questi problemi di libertà e responsabilità personale molto vicini al loro sentire”.
Affermazioni da brivido. Per fortuna che c’è la Bonino che ci spiega chi sono “i cattolici veramente credenti”, (che – secondo la sua opinione – la voteranno) e quelli invece “clericali e bigotti” (che non la voteranno). 
Ma, devo dire, non è il discernimento dei cattolici doc secondo Bonino il tema che mi appassiona, ciò che più mi inquieta è il pensiero che possa esistere il rischio reale di accettare una provocazione così pesante senza opporre le nostre ragioni, nel silenzio più assordante, per un mal compreso senso di “tenere i toni bassi”, di non esporsi, di non “reagire alle provocazioni”, in una forma di irenismo fuori luogo, oltre che pernicioso e moralmente inaccettabile. 
Non possiamo, non dobbiamo dimenticare che la cultura radicale, maestra nelle mistificazioni, origine del più esasperato individualismo e relativismo, ha diffuso nel nostro Paese un laicismo intollerante, molto simile al fanatismo religioso; spacciandola come difesa dei diritti umani, ha propagandato una cultura di morte, che sferra i suoi attacchi più forti proprio dove la vita umana è più debole, alle sue frontiere: all’alba e al tramonto, alla vita prenatale e alla vita terminale. 
Sistematicamente mentendo, mistificando, manipolando. 
Mai come in questi ultimi anni, la questione etica del diritto alla vita e della difesa e promozione della famiglia fondata sul matrimonio sembrano essere al centro del dibattito culturale e politico del nostro Paese. In realtà è un dibattito solo apparente, perché i fautori dell’aborto libero, (magari a domicilio, con la pillola killer RU486) , la Bonino in primis, non ammettono di essere contrastati e rifiutano il dialogo, accusando i cattolici (naturalmente quelli “clericali e bigotti”) di imporre la loro visione, la loro morale a chi cattolico non è. 
Invocano lo “Stato laico”, dimenticando che uno stato laico affonda le proprie radici nei diritti umani, primo tra tutti il diritto alla vita; dimenticando che il riconoscimento della famiglia quale società naturale fondata sul matrimonio non è un’opinione della Chiesa, ma, oltre che appartenere alla legge morale naturale, un’affermazione esplicitata all’art.29 della Costituzione italiana. 
Quando si è prospettata la possibilità della candidatura di Renata Polverini alla Presidenza della Regione Lazio per la Pdl, Renata mi ha chiesto disponibilità a candidarmi nella sua Lista civica ed affiancarla in quest’avventura. 
Ho accettato con convinzione la sua proposta, particolarmente significativa, per quanto mi riguarda, per il fatto che la candidata concorrente per il PD sarebbe stata Emma Bonino, le cui idee e, soprattutto, i valori etici, e ancor prima, la stessa concezione antropologica di cui è portatrice (e su cui è impegnata da anni e che non rinnega in alcun modo) sono esattamente agli antipodi della mie convinzioni e rappresentano tesi culturali e azioni concrete contro le quali combatto da trent’anni.
Siamo, infatti, di fronte ad un vero e proprio scontro di idee di civiltà diametralmente opposte. La sfida elettorale del Lazio ha perso i contorni del mero confronto elettorale ed è diventata un confronto tra due modi di vedere la vita, la persona, la famiglia, la società, un confronto tra due concezioni antropologiche opposte, ove non trovano spazio le zone franche, le sfumature di grigi, le posizioni intermedie, quel dar ragione un po’ a tutti, accettando come possibili verità tutte le tesi, secondo la prassi del relativismo etico imperante. 
La posta in gioco è troppo alta. Bisogna prendere posizione: o per la vita o contro la vita, o per la famiglia o contro la famiglia, o per il valore della persona o per l’esaltazione dell’individuo. 
In questo inizio di campagna elettorale alcuni avvertono che l’aborto non deve essere argomento di dibattito politico in una competizione che riguarda una amministrazione locale, aggiungendo che nel 2010 non è possibile continuare a dibattere di una legge, la 194, che ormai ha quasi trent’anni.
Mi permetto di dissentire nettamente da questa impostazione, in quanto è mal formulata: innanzitutto, il fatto che la legge sull’aborto abbia quasi trent’anni mi spingerebbe a fare una considerazione opposta, e che cioè forse sarebbe ora di fare il tagliando a questa legge, che ha apposto il sigillo della legalità su quello che era e rimane uno dei peggiori abomini della società moderna: in trent’anni di attuazione della legge sono stati condannati a morte di aborto 5 milioni di bambini: un numero pari all’intera popolazione attualmente residente nella Regione Lazio). 
Oltre a questo però, aggiungo che una cultura abortista, quale quella a cui fa orgogliosamente riferimento Emma Bonino, non produce i suoi frutti limitatamente al tema dell’aborto, ma va ben oltre e tocca tutto il campo delle politiche sociali. 
C’è poi chi invita a spostare l’attenzione dal piano alto della sfida morale a quello pragmatico, concreto, dei programmi politici, come se il primo non influisse pesantemente e in qualche caso violentemente, sul secondo.
Qualcuno, ancora, afferma che i temi cosiddetti etici non hanno a che fare con le Regioni, che invece hanno più il compito di amministrare. Vorrei chiarire che non è assolutamente così: la Regione ha ruoli legislativi, ha competenze dirette in materia di sanità, di politiche familiari e sociali, di educazione. Impensabile che provvedimenti legislativi in tal senso siano “neutri”, avulsi da un sistema di riferimento etico di valori, umani e civili. 
Saranno, ad esempio, le Regioni a decidere come somministrare la pillola abortiva RU486. L’Emilia Romagna ha già deliberato per la somministrazione in Day Hospital: la donna assume la prima pillola in ospedale e poi va ad abortire nel bagno di casa, nella clandestinità più assoluta, nella solitudine più dolorosa e angosciosa. 
Nel corso della mia esperienza nel Consiglio Regionale del Lazio dal 2000 al 2005, come Presidente della Commissione Politiche Familiari e Pari Opportunità e Presidente dell’Osservatorio Regionale Permanente delle Famiglie, sono stati numerosissimi i provvedimenti legislativi inerenti le politiche familiari. 
Una tra tante la legge sulla famiglia del 2001, ove ho voluto inserire il quoziente familiare e il riconoscimento del figlio concepito quale componente della famiglia: una legge dalla ricaduta pratica concreta, ma che, senza dubbio, sottende un sistema di valori molto chiaro. 
Conosco Renata Polverini da alcuni anni e ho avuto modo di apprezzarne la libertà di pensiero e la determinazione nel raggiungimento degli obiettivi.
Insieme abbiamo condiviso molte battaglie a favore della famiglia, della difesa della vita, della solidarietà verso i più deboli. Fu tra le donne che chiamai ad aderire al Manifesto del Nuovo Femminismo, auspicato da Giovanni Paolo II, di cui mi sono fatta promotrice nel 2004. Negli anni, è continuato e cresciuto questo rapporto di stima reciproca e di collaborazione, per la promozione e la valorizzazione del genio femminile nei vari ambiti della vita civile, secondo un progetto e un programma di femminismo, appunto, “nuovo”, diverso e, in qualche modo, contrapposto ad un vetero-femminismo, che interpreta i diritti delle donne esclusivamente in termini di rivendicazione individualista ed egoistica e pone termini come donna e vita, donna e famiglia in perenne, quanto ideologica, contrapposizione.
Dobbiamo avere molto chiaro quali sono i valori in gioco, siamo tutti coinvolti, siamo tutti candidati, per una Regione che sappiamo cosa non vogliamo che diventi. 
Non sentirla come responsabilità personale, che ci interpella direttamente, renderebbe patetica, oltre che illegittima ogni lamentazione dopo. 
La vittoria della Bonino significherebbe la vittoria di una cultura, di un modo di concepire la vita e la morte, la dignità della persona, la famiglia, la società, assolutamente inconciliabile con la cultura e la fede cristiana e rispetto alla quale, anzi, c’è bisogno di una vera e propria mobilitazione, di tutti i cattolici, chiamati, in questa occasione, ad una scelta fondamentale, indipendentemente dall’orientamento politico cui sono solitamente predisposti. 
È il momento di scegliere da che parte stare, con quale visione del mondo schierarsi: se con Dio, senza Dio, o perfino contro Dio. Senza ipocrisie o finzioni anestetizzanti della coscienza, il voto a Emma Bonino è assolutamente inconciliabile con le convinzioni morali di un credente: la sua candidatura rappresenta una provocazione intollerabile, sferra un attacco durissimo, culturale prima che politico, alla visione cristiana della vita e della società, all’antropologia cristiana. 
Le convinzioni morali e le conseguenti posizioni politiche di Emma Bonino sono talmente radicalmente in conflitto con quelle cristiane che un cristiano non può avere dubbi su da che parte schierarsi. 
Nessun cristiano può rifugiarsi o nascondersi dietro l’alibi, trasparente, illegittimo, di una neutralità morale che non può essere affatto invocata per giustificare un voto elettorale che, in questo caso, non è irrilevante sul piano etico.
Il voto a Emma Bonino significa, nei fatti, una presa di posizione a favore di una cultura laicista, individualista, relativista, liberista e libertaria, un atto contro una cultura in difesa della vita, della comunità, fondata su valori umani e su principi non negoziabili. Significa un “sì” ad una visione del mondo “orizzontale” e centrata sul singolo individuo, per la quale ciascuno agisce soltanto secondo il proprio interesse e la propria solitaria coscienza; significa, per esempio, accettare che il figlio concepito non sia persona con la stessa dignità di quello già nato e condividere l’idea che l’aborto sia un atto di libertà soggettivo della donna, continuando ad ingannarla, che il figlio non abbia alcun diritto, ma sia un grumo di cellule a disposizione della madre, con una banalizzazione drammatica di un evento drammatico; significa accettare i suoi numerosi modelli di “famiglie”, anziché promuovere, sostenere e tutelare la famiglia fondata sul matrimonio, come, peraltro, previsto dalla nostra Costituzione; significa ammettere che l’identità sessuale della persona non sia iscritta nella natura umana (e biologica), ma frutto di tendenze culturali che arrivano a concepire non più due sessi, maschile e femminile, ma cinque “generi”e magari consentirne pure la possibilità di adottare figli; significa, affermare sul piano ideologico, in nome di una falsa misericordia, che il malato terminale o gravemente disabile, è giusto “lasciarlo andare”, come accaduto per Eluana, e che quindi è permesso, anzi, doveroso, uccidere un essere umano per fame e per sete, allo scopo presunto di liberarlo da una “qualità di vita” giudicata non accettabile anziché accompagnarlo, non lasciarlo solo, sostenere la famiglia, rafforzando l’assistenza domiciliare; significa accettare l’idea che guardando un bambino talassemico negli occhi, gli si dica: “tranquillo, faremo in modo che non nascano più bambini come te (li selezioneremo prima)”, invece che: “ faremo ogni sforzo perché tu e tutti i bambini che nasceranno come te, abbiate tutte le cure e l’assistenza necessarie”; significa condividere la tesi che le droghe cosiddette “leggere” non fanno male e che dunque è giusto liberalizzarle, anziché mettere in atto tutte le azioni ed investire risorse per prevenire il drammatico fenomeno della tossicodipendenza e il diffuso disagio giovanile. In poche parole, votare Emma Bonino significa, nei fatti, aderire ad un umanesimo che, nella prospettiva cattolica, è disumano e disumanizzante. 
Ecco perché sono scesa in campo.
Mi sono candidata per contrastare con tutte le mie forze questa possibile drammatica deriva, perché guardando i miei figli sogno per loro e per tutta la loro generazione una società molto diversa da quella propostaci dai radicali. 
Faccio un appello in particolare ai cattolici perché sentano sulla loro pelle la responsabilità di questa campagna elettorale e la pericolosità che deriverebbe dalla affermazione di quanto, a parole e a fatti, abbiamo sempre combattuto. 
Un appello ad una campagna elettorale fatta alla luce del sole, senza timidezze né imbarazzi, nel chiedere apertamente, ovviamente se ne si è convinti, il voto, con nome e cognome.
Nella prolusione al Consiglio episcopale permanente, il card. Angelo Bagnasco, presidente dei vescovi italiani, affermando che i cattolici in politica devono “incarnare” gli ideali evangelici e “tradurli nella storia”, non cercando “la via meno costosa della convenienza di parte comunque argomentata”, ha auspicato la nascita di “una generazione nuova di italiani e di cattolici”, incoraggiando i cattolici già presenti in politica “ad essere sempre coerenti con la fede che include ed eleva ogni istanza e valore veramente umani”. Servono – ha detto – “italiani e credenti che avvertono la responsabilità davanti a Dio come decisiva per l’agire politico (…)”. capaci di far fronte a quella che viene definita una “emergenza” nel nostro Paese, educativa e principalmente etica, di crisi dei “valori che costituiscono il fondamento della civiltà: la vita umana comunque si presenti e ovunque palpiti, la famiglia formata da un uomo e una donna e fondata sul matrimonio, la responsabilità educativa, la solidarietà verso gli altri, in particolare i più deboli, il lavoro come possibilità di realizzazione personale, la comunità come destino buono che accomuna gli uomini e li avvicina alla meta”.
Sinceramente, in queste parole del cardinale, si trova la sintesi culturale del mio programma elettorale e la ragione per cui io, Olimpia Tarzia, ho accettato di candidarmi nella Lista civica di Renata Polverini alle prossime elezioni regionali, assumendomi la responsabilità, di fronte ai cittadini laziali, di rappresentare questi valori etici e politici, che non sono soltanto religiosi, evangelici, ma principalmente civili; anzi, il fondamento stesso della civiltà. 
Sono certa che, anche questa volta, il popolo della vita si farà sentire.

Olimpia Tarzia

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